Il
Manga
Il
manga di Oniisama e… (letteralmente:
“A mio fratello…”, dove ‘oniisama’ è un modo onorifico, o di rispetto,
con cui ci si rivolge a un fratello maggiore) venne scritto da Riyoko
Ikeda nel 1975, appena dopo il grande successo di
Versailles no Bara: si tratta di un manga breve, uscito per la Shueisha
e raccolto nello stesso anno in tre piccoli tankobon nella
collana Margaret Comics.
Credo veramente che la Ikeda sia tra gli autori che hanno elevato
il fumetto a opera letteraria, come dicevo in conclusione della pagina
introduttiva. La nostra beneamata sensei è riuscita infatti a creare
una storia solida e dai profondissimi risvolti psicologici, condensandola
in un lavoro di neanche 500 pagine! Il tutto grazie alla presenza
di personaggi ottimamente caratterizzati, così totali che è impossibile
che non lascino una forte impressione in chi legge questo capolavoro!!
Ho sentito pareri discordanti su Oniisama e…, da chi lo adora a chi
lo odia [io chiaramente
faccio parte della prima categoria^^ !!], ma direi che su tutti
ha fatto proprio quest’effetto! Tecnicamente parlando, Oniisama e…
appartiene al periodo dello stile grafico probabilmente migliore della
Ikeda, quello di Versailles no Bara e dei primi capitoli di Orpheus
no Mado. Il tratto è estremamente raffinato, i personaggi sono finemente
ritratti, con una resa assoluta in termini di nobiltà della figura
e liricità o drammaticità delle espressioni. Le tavole sono riempite
soprattutto dai personaggi; sfondi come interni di abitazioni o paesaggi,
sono infatti inseriti solo quando è funzionale alla scena o al racconto,
mentre è frequente che lo sfondo diventi un espediente grafico per
esprimere i sentimenti dei protagonisti: dai fiori, usati come vere
e proprie cornici per i personaggi, alle bolle come di sapone; dagli
effetti che richiamano un luminoso scintillio, allo sfondo completamente
nero per esprimere l’Essenza del Dramma; dalle linee scure di tensione,
che si dipartono dai personaggi radialmente o li circondano in opprimenti
spirali, ai motivi decorativi, usati per “isolare” i sentimenti, come
a fermare per un attimo il tempo che scorre. Menzione va fatta poi
dell’attenzione di Ikeda Sensei ai particolari degli abiti e della
decorazione d’ interni, sottolineati in uno stile certamente occidentale,
spesso baroccheggiante, molto aristocratico (a parte alcuni abiti,
per esempio quelli di Kaoru, che sono nel più assoluto stile dell’epoca,
cioè anni ’70, con zampa d’elefante e camicie dal colletto lungo e
tenuto alzato). Tutte le scelte grafiche del manga si rifanno infatti
all’Occidente, e inevitabilmente richiamano il gusto dell’arte e della
moda dell’Europa dei secoli scorsi, che le Ikeda tanto ama e che ha
voluto illustrare in tutte le sue opere, dalla tradizione francese
a quella tedesca a quella russa. Riguardo alla trama del manga, come
già detto si può senz’altro parlare di un’analisi davvero raffinata
della psicologia femminile e delle dinamiche interiori dei sentimenti
umani. Il tutto visto attraverso il filtro dell’estetica giapponese:
infatti, mentre senz’altro la Ikeda trae intensa ispirazione per i
suoi lavori dalle atmosfere occidentali, penso sia altrettanto evidente
che l’impostazione del suo pensiero ha profonde radici nel cuore della
cultura giapponese. La complessa costruzione della storia e dei personaggi
appare intimamente influenzata da questi principi: ad esempio il “miyabi”,
termine talmente giapponese da non avere equivalente nelle lingue
occidentali, che si riferisce comunque alla bellezza e alla qualità
di possedere il senso di percepirla e goderne. Il miyabi è strettamente
connesso al già citato “mono no aware”, che si riferisce alla
sensibilità verso il senso “sottile” delle cose, particolarmente in
riguardo alla tristezza o malinconia che ispira la vita nel suo effimero
passaggio su questa terra: sempre con l’ombra della decadenza e della
morte alle spalle, ma non per questo meno colma di bellezza e intensità.
Come mirabilmente sintetizzato nel solo titolo della opening song
di Versailles no bara, “Bara wa utsukushiku chiru” o “Le rose appassiscono
splendidamente”. Questi per la cultura giapponese sono sempre stati
veri e propri valori, a partire dall’Epoca Heian del Genji Monogatari
e nel corso dei secoli la facoltà di possederli è stata segno distintivo
dell’anima colta, elevata e nobile. Essi riguardano la capacità di
percepire il flusso della vita e della morte, di sentirne le manifestazioni
e la bellezza anche in piccoli accadimenti come il cadere delle foglie
o il fiorire –e sfiorire- dei ciliegi o dei susini, e ancora la capacità
di evocare le sensazioni provate tramite le arti, il proprio comportamento
e la raffinatezza del gusto. Questi concetti esprimono una profonda
lettura dell’ impermanenza della vita, che evidenziano anche gli influssi
del Buddhismo ed elevano la tristezza di questa consapevolezza a valore.
Perché solo uno spirito veramente sensibile e intuitivo può comprendere
la natura intima delle cose e dell’ esistenza, e dare un senso al
dolore e alla morte sublimandoli nella bellezza, anche se fugace,
e nella spiritualità. Con questa chiave di lettura, diventa facile
comprendere perché la morte è un elemento onnipresente nelle opere
della Ikeda e anche comprendere la figura di Saint Just, che è la
personificazione estrema di questa sublimazione: lei ha scavalcato
completamente vita e morte e l’ apparente divario fra esse, per nutrirsi
solo di bellezza e di quella sensitività estrema che appare oscura,
nel suo distacco dalla vita. A mio parere nel manga la Ikeda ha proprio
voluto la figura di Rei come la più carismatica, enigmatica e penetrante
legandola all’ immagine della morte, proprio per renderla immortale.
Anche
gli altri personaggi sono ben sviluppati, solo Miya-sama ha sofferto
di una rappresentazione più impoverita (ma in un manga così breve
è comprensibile!), rivelando comunque i suoi complessi tratti, anche
se appena accennati, nel finale. L’etica del miyabi e il raffinato
modo di essere che esso comporta, è chiaramente rintracciabile anche
nel suo modo di presentarsi e in quello di tutti i membri della Sorority:
un ideale che richiama un mondo di persone elette, il cui spirito
si esprime con assoluta perfezione e padronanza di arti e maniere,
in virtù della sua intrinseca nobiltà interiore. Io credo sia questo
ciò che Fukiko desidera con tutta se stessa: quello che, come dice
nella serie tv, rende le cose “degne di orgoglio”. Riguardo i comprimari,
Tomoko è un personaggio ancor meno sviluppato, al contrario della
serie tv dove ha un ruolo molto più ampio, e così anche la figura
di Aya Misaki. Ci sono comunque tutte la sfaccettature dei sentimenti
che la Ikeda ama descrivere, come la gelosia, l'invidia, la disperazione,
la solitudine, l’orgoglio, la devozione, ecc… Nonché numerosi richiami
alla cultura giapponese e occidentale e all’arte in generale (dal
Genji Monogatari a Verlaine, dall'Ikebana alla musica). Il manga è
del tutto concentrato su figure femminili, a parte Henmi e Takashi,
il cui ruolo comunque fa più da “sfondo” alle protagoniste: ciò richiama
un’altra delle fonti di ispirazione della Ikeda, citata anche nello
stesso manga, e cioè il teatro Takarazuka. Questo tipo di teatro,
portato sulle scene dalla Compagnia della Rivista Takarazuka, si occupa
di musical e rappresentazioni ricche di balli e canzoni ispirate a
famosi film occidentali, da West Side Story a Grease, a lavori letterari,
come il teatro di Shakespeare o Anna Karenina e ancora all’ Opera
lirica, come la Carmen, la Traviata, Faust. E infine i manga… Versailles
no bara è l’ opera più famosa portata sulle scene dal Takarazuka Revue
Company, e per questa vi rimando alla rispettiva sezione curata da
May-chan [mao, mao, May!!],
ma anche Asaki Yumemishi, di Waki Yamato e Black Jack [LO
ADORO!!] del maestro Tezuka sono stati interpretati da queste
fanciulle. Il Takarazuka è infatti un teatro esclusivamente femminile,
in cui le attrici si dividono in musumeyaku (che interpretano ruoli
femminili) e le osannate otokoyaku, che interpretano i personaggi
maschili e che tanto attirano le numerose fans della Compagnia. La
Ikeda ha dichiarato di adorare il Takarazuka ^^ nelle prime pagine
di Orpheus no Mado, e ha menzionato più volte le attrici otokoyaku
anche in Oniisama e… (leggete le chiacchiere delle studentesse del
Seiran quando Nanako vi entra la prima volta ^^). E’ evidente che
queste ragazze vestite da uomo in ruoli maschili abbiano influenzato
molto la creazione di personaggi come Oscar, Saint Just, Kaoru, e
la Julius di Orpheus; così come Maria Antonietta, Rosalie, Nanako,
ecc… sono perfette musumeyaku. Il Takarazuka, nato nel 1914, è stato
un po’ la risposta al teatro tradizionale esclusivamente maschile
(la presenza delle donne nel Kabuki e nel No è bandita da secoli),
e le ragazze giapponesi ne vanno pazze: adorano le otokoyaku perché
rappresentano il loro ideale romantico di uomo, forte e virile, ma
comunque gentiluomo che ha nel cuore la sensibilità e i pensieri di
una donna; e adorano le musumeyaku per la loro grazia e squisita femminilità.
Sullo sfondo di questo universo tutto femminile, fragile, disperato,
orgoglioso, profondamente intriso dell’ estetica tradizionale giapponese,
Ryoko Ikeda ci ha regalato un altro capolavoro.
Qui
di seguito trovate i riassunti del manga diviso in due parti.
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Le
Varie Versioni del Manga |