Oniisama
e…: un vero capolavoro nato dalla mente raffinata, sensibile
e profondamente ricettiva della Signora del fumetto Riyoko
Ikeda un’autrice in grado di catturarci con storie dalla
reale struttura del romanzo, intrise di una visione della vita romantica,
che spesso si sfuma di tonalità decadenti (nelle accezioni letterarie
dei termini) ed esteticamente idealizzata. In questa visione della
vita la realtà della sofferenza, che sempre la Ikeda racconta in varie
forme, si stempera e trova significato vestendosi alternativamente
dei connotati della nobiltà, della tragedia, dell’amore più teneramente
devoto come dell’ossessione più struggente, della miseria come della
dignità e ancora del sacrificio, dell’innocente fragilità, della negazione
nichilista e di tutte le sfumature più profonde e nascoste delle paure
che l’animo umano cela in sé.
E mentre noi impariamo a leggere il dolore come parte del grandioso
affresco della vita, l’autrice ci conduce per mano alla contemplazione
in chiave estetica dello stesso affresco, come a volerci far sentire
lo stesso profumo di cui gli antichi nobili giapponesi si colmavano,
trasfondendolo nel loro quotidiano, fatto di poetico struggimento
e dolorosa consapevolezza per la vita. Quel profumo che nel sentire
giapponese permea il vivere stesso e che l’animo nobile sapeva scorgere
nell’ultimo, spiraleggiante volo delle foglie autunnali o nel chiarore
pallido della luce lunare diluito nella fine nebbia: il “mono no
aware”, di solito tradotto come “sensibilità verso le cose”, forse
ciò che il maestro zen Issa descrisse così: “Non scordare:/noi
camminiamo sopra l’ inferno,/guardando i fiori.”
Oniisama e… racconta una vera e propria iniziazione ai valori e al
significato profondo della vita, incentrato sul delicato passaggio
dall’infanzia all’età adulta; il tutto visto in un’ottica squisitamente
femminile. A fungere da presenza narrante è la dolce Nanako
Misonoo una ragazzina di 14 anni che, finiti gli anni scolastici
grosso modo corrispondenti alle nostre medie, si prepara a entrare
in un importante istituto esclusivamente femminile per proseguire
gli studi. Con lei l’amica di sempre Tomoko.
All’indomani dell’ingresso, Nanako chiede a un giovane di cui ha seguito
il corso di preparazione in sociologia per le scuole “superiori” di
farle da “fratello”, attirata in qualche modo da lui e dai suoi occhi
buoni e rassicuranti “del colore dell’ ebano”. Egli, che studia all’
università e si chiama Takehiko Henmi,
è piuttosto stupito, ma Nanako gli chiede solamente di potergli scrivere
delle sue giornate, proprio come farebbe al fratello maggiore che
non ha essendo figlia unica. Egli accetta ed inizia così la corrispondenza
che farà da filo conduttore all’ intera storia.
Nel nuovo istituto, il Seiran, Nanako incontrerà tutta la varietà
dei sentimenti umani e vedrà come essi muovono le persone. All’interno
del Seiran vi è la tradizione di una particolare associazione studentesca
assolutamente
elitaria: la Sorority. Si tratta
di un circolo esclusivo di studentesse scelte oculatamente solo fra
le appartenenti all’alta società, necessariamente bellissime, di elevata
cultura ed esperte nelle arti, dalla musica all’Ikebana (arte di disporre
i fiori), dal contegno nobile ed elegante e dal gusto sensibile e
raffinato. Un mondo fatto di ricercati tea party, limousine con autista,
ambienti lussuosissimi in stile occidentale arredati con gusto aristocratico,
dove fiori a profusione ornano stanze che per architettura e decorazione
ricordano tantissimo la Francia di Versailles (un amore a vita, per
Ikeda-sensei!). La prima persona a parlare a Nanako della Sorority
è Mariko Shinobu, una bellissima
fanciulla dal fascino raffinatamente sensuale e volitivo che da subito
vuole appassionatamente l’amicizia di Nanako. Anche Mariko desidera
ardentemente entrare nella Sorority, come ogni ragazza del Seiran;
tutte sognano di godere di un tale appoggio verso l’alta società e
i suoi lussuosi privilegi, al punto da scatenare vere e proprie guerre
psicologiche: queste, come è più tipico della mente femminile che
tende a essere più sottile, meno diretta di quella maschile, più incline
ad abbandonarsi alle tempeste dell’emotività, saranno ricche di intrighi
sotterranei, veleni, manovre ad effetto di anime rose dal desiderio
di poter essere anche loro ammirate, adorate come esempi, accettate
dalla “crème de la crème” del loro mondo. Nanako si accorge ben presto
di questo, dato che, con sua enorme sorpresa, viene candidata e accettata
come membro della Sorority nonostante sia una ragazza di ceto non
alto e di tipo assolutamente comune: l’invidia e la gelosia si scateneranno
intorno a lei, arrivando ad infliggerle ogni sorta di tiri mancini
e crudeli. La Sorority è dominata da un gruppo di studentesse più
anziane che portano tutte particolari soprannomi, la cui regina incontrastata
è Fukiko Ichinomiya, detta Miya-sama.
Ella nasconde sotto ai modi assolutamente aristocratici e misurati
un cuore prigioniero del terrore di perdere il controllo su cose e
persone e quindi tutto ciò che la autorizza a essere l’orgogliosa
regina del suo mondo. Ella e le sue manovre nascoste sono responsabili
dell’entrata di Nanako nella Sorority. A Fukiko è legata da un misterioso,
distruttivo e struggente legame Rei Asaka
unica persona a conoscere la vulnerabilità di Miya-sama e per questo
da lei amata-odiata con rara intensità. Rei è soprannominata Hana
no Saint Just (Saint Just dei fiori), con il nome di un
rivoluzionario francese descritto come “l’arcangelo della morte”.
E infatti Rei è una persona che vive assolutamente fuori dal tempo
e dallo spazio: va a scuola quando ne ha voglia, preferendo passare
il tempo persa nei meandri della sua psiche, senza curarsi di niente
e nessuno (eccetto Fukiko, per cui pare avere una vera ossessione),
senza alcun interesse per la vita. Ha sempre con sé coltelli e pasticche
di ogni genere, dai tranquillanti agli ansiolitici, ecc, di cui fa
uso smodato. Veste con abiti maschili e tutto in lei denuncia la sua
androginia, con particolare riferimento alla voce e al profumo (di
cui parleremo più avanti!) che affascineranno Nanako fino a farle
palpitare il cuore.
A cercare di ancorarla alla vita è l’unica amicizia che Saint Just
pare riconoscere, nonché terza persona delle tre figure più charmant
che dominano il Seiran (con Saint Just e Miya-sama): si tratta di
Kaoru Orihara, detta Kaoru
no Kimi, dal nome di un personaggio del Genji Monogatari
(romanzo riconosciuto come un caposaldo della letteratura giapponese,
e scritto dalla cortigiana Murasaki Shikibu nell’era Heian -794/1192
DC-. Nel romanzo Kaoru era “figlioccio” del protagonista, il principe
Genji, e
di lui si occupa il romanzo dopo la morte di Genji stesso). Kaoru
ha carattere riservato ma molto deciso e maturo; non sopporta le ingiustizie
né tantomeno è interessata alla Sorority, volendo mantenere la sua
indipendenza. Lo sport è la sua attività prediletta, a cui si dedica
con tutto il suo impegno anche per il fatto che è stata malata, di
una malattia di cui nessuno sa nulla, a parte Saint Just, e che pare
averle lasciato degli strascichi. Anche Kaoru si presenta come una
ragazza dal fascino androgino e particolarmente adulto; Nanako nota
il suo profumo di sandalo adatto a una personalità forte, matura,
cosciente di sé (la Ikeda mostra la sua innata sensibilità anche in
queste sensazioni olfattive e di colore che ci lascia; a mio parere
valgono più di mille descrizioni…). E verremo a sapere nel corso della
storia che Takehiko Henmi, il “fratello” a cui Nanako scrive, ha una
parte importante anche nella vita di tutte queste persone, essendo
stato fidanzato con Kaoru, che ha voluto interrompere il loro legame
per misteriose ragioni, ed essendo l’oggetto inconsapevole e segreto
delle attenzioni di Miya-sama.
Questa la trama su cui si snoda l’intera storia di questo capolavoro,
edito per la prima volta nel lontano 1975 per la Shueisha
in tre volumi della collana Margaret
Comics. Per fortuna anche noi in Italia abbiamo potuto apprezzare
questo splendido manga, pubblicato dalla Star
Comics in 4 numeri sulla collana Neverland
nel 1995.
Ikeda Sensei ci ha regalato un’analisi finissima della psicologia
femminile e, più in generale, dei sentimenti e delle paure più remote
e toccanti dell’animo umano, dal terrore della perdita e dell’abbandono
alla paura della morte, dal desiderio struggente di essere amati a
quello dell’accettazione altrui, socialmente o meno. Questa analisi
è stata mirabilmente sviluppata da Hideo
Takayashiki e Tomoko Konparu,
i sensibili sceneggiatori della splendida serie televisiva in 39
episodi che nel 1991 è stata creata per la NHK
(editata anche in Italia da Yamato Video
tra il 1995 e il 1996, in 10 vhs), che hanno saputo dilatare la storia,
anche con episodi del tutto nuovi, in armonia con il manga. A completare
l’opera, lo splendido character design di Akio
Sugino unito all’inconfondibile regia di Osamu
Dezaki (questo osannato duo ha sfornato serie mito come
Ace o Nerae!, Ashita no Jo, Golgo 13, Ienaki ko -il primo Remì!-,
Takarajima, Black Jack, ecc…), nonché il commento musicale, che non
poteva che essere perfetto dato che è creazione del magico Kentaro
Haneda (Yamato, Macross, Muu no Hakugei/Moby Dick 5, ecc…).
Il risultato è un vero capolavoro, sia in fumetto che in animazione.
Entrambi si fondano, nel loro raccontare, sull’evocare sguardi, colori,
suoni, profumi, sensazioni tattili che ci trasmettono l’essenza dei
protagonisti, come dicevo prima, più di mille descrizioni. Vorrei
soffermarmi su questi, perché i protagonisti, ancor prima delle vicende,
sono il vero, grande tema di Oniisama e… Nanako dai grandi occhi azzurro-cielo,
aperti, ingenui, sognatori, con tutta la freschezza di un cuore gentile,
è il grande “polo positivo” della storia, assieme alla vivace Tomoko
(nella serie tv, almeno, in cui ha molto più spazio). Nanako rappresenta
un po’ la forza buona, positiva della vita, l’ancorarsi rassicurante
alla quotidianità, in contrapposizione alla sofferenza animica delle
altre protagoniste: non a caso i fiori che per lei acquista Saint
Just nella serie tv sono i semplici e teneri piselli odorosi e il
profumo che più spesso è a lei associato è… quello dei suoi deliziosi
biscotti, o torte, o manicaretti, quasi a sottolineare il suo legame,
come personaggio, con l’idea materna del nutrimento, della genuinità,
delle cose semplici e buone.
I suoi sentimenti e le vicende vissute, narrate minuziosamente al
suo “caro fratello” Henmi in lunghe lettere,
testimoniano la sua scoperta del mondo e dei sentimenti, da quelli
terribili della gelosia e rabbia che si abbattono su di lei a quelli
teneri, struggenti e dolorosi per Saint Just, la prima persona verso
cui Nanako prova amore. Essendo il Seiran un istituto esclusivamente
femminile, i sentimenti fra ragazze costituiscono il microcosmo in
cui le protagoniste vivono e in cui si inseriscono le vicende e vanno
dall’ammirazione entusiastica delle studentesse più carismatiche (Saint
Just e Kaoru su tutte, complice anche l’aspetto androgino e il richiamo
maschile del loro stile), al modo tutto femminile di vivere i rapporti
come qualcosa di esclusivo, unico, simbiotico, che comprende anche
l’innamoramento, nel contesto di quella che è stata definita omosessualità
adolescenziale, ma che io definisco semplicemente il modo femminile,
così totale e appassionato e anche folle nel suo darsi, di amare.
Nanako lo sperimenterà cercando di fumare le sigarette di Saint Just,
affannandosi a prepararle il pranzo, a cercare di guarire con le sue
premure la totale noncuranza nei confronti della vita di Saint Just.
Kaoru invece richiama sovente l’immagine splendente del principe omonimo
del Genji Monogatari, la cui presenza era annunciata dal suo inconfondibile
profumo. E anche lei, come detto prima, ha il suo sentore, quello
del sandalo, legno esotico raro e prezioso, maschile, intenso e lievemente
amaro, usato nei secoli nei riti religiosi d’Oriente. Come il principe,
Kaoru dimostra elevata cultura e una sensibilità fine che si stempera
nel desiderio struggente di un futuro e che dolorosamente la spinge
a cercare a tutti i costi la vita, anziché la malattia, a cercare
di seppellire il terrore di morire nella vita stessa, perdendosi,
dimenticando il suo Henmi perché la sua malattia non faccia soffrire
anche lui, in uno sforzo pieno d’amore che vuole essere positivo.
Assolutamente splendido ed evocativo il momento in cui Kaoru, nel
manga, dice a Nanako: ”Sai come si dice ‘schiuma’ in giapponese
antico? Si dice ‘utakata’. Si trova nei romanzi antichi… che
bella lingua parliamo, è delicata ed elegante… la lingua continua
a vivere per centinaia e migliaia di anni come se fosse la
storia […] nonostante la nostra vita sia così fuggevole… che
bello…”.
Mariko dai lunghi capelli corvini ha i colori di un fiore in boccio,
intensi, appassionati, mostrati impetuosamente e senza maschere. Come
il rosso scarlatto di cui ama tingersi l’unghia del pollice, il colore
acceso delle labbra che si mordicchia per simulare un rossetto, il
viola dei suoi abiti. Mariko, dalla sensibilità raffinata, ama, dice,
“tutto ciò che è bello”, compresa se stessa e il suo corpo in fiore,
rivelando i tratti di una sensualità altrettanto raffinata, dove per
sensualità intendo la capacità di “vestire” il proprio corpo, abitarlo
con grazia, sentirsi a proprio agio in esso. Proprio per questo, Mariko
viene chiamata “gattina” dalle studentesse più anziane. Nanako in
un’occasione la paragona a una farfalla che si libra leggiadra, per
indicare la bellezza del suo porsi tanto appassionato, così assolutamente
sincero e disperato nelle sue richieste di affetto e vicinanza, da
aver sempre allontanato gli altri, probabilmente spaventati all’idea
di un rapporto così totale ed esclusivo, così sentito, come quello
che Mariko chiede.
Fukiko, bionda regina dai boccoli che a Nanako paiono di seta e gli
occhi verdi, ha uno sguardo apparentemente sempre imperturbabile,
orgogliosamente sereno, che cambia repentinamente rivelando la gelosia,
la rabbia, la fortissima possessività. Fukiko adora le rose rosse
[come me ^^], come
lei regali, intense e fugaci, per usare le parole di Rei. La sua stanza
segreta, nella serie tv, dove ogni cosa
viene per suo ordine mantenuta esattamente uguale a com’era all’epoca
in cui conobbe Henmi, ha l’odore del passato e del tempo che nel cuore
si è cristallizzato: bloccato all’epoca della prima, traumatica ferita
fatta alla propria vulnerabilità proprio quando essa veniva candidamente
mostrata. Un dolore dolce e amaro insieme, inseguito con sguardo di
strega nelle profondità bluastre di un lago, per sempre immortalato
in una struggente melodia di violino e nei versi di Shakespeare: “Ti
comparerò dunque a una giornata d’estate?/Tu sei ben più leggiadra
e meglio temperata…” .
Il ritratto di Rei ha invece le tinte dei suoi neri completi maschili,
degli occhi color indaco chiaro, dallo sguardo quasi sempre completamente
vuoto, fisso su un punto lontano che, come Kaoru stessa dice, pare
essere la morte. Uno sguardo talmente lontano e assente, inevitabilmente
già perso nei paesaggi della morte, fra le nebbie dove si aggirano
solo i fantasmi di una psiche ferita, da sembrare gelido, freddamente
impassibile e insensibile al mondo, nella sua bellezza d’angelo perduto.
Rei è un’esteta che contempla il mondo senza intervenire minimamente
in es3so. Fissando così il mondo, trasforma in pura emozione della
bellezza l’effimero della vita. Ancora, il fascino di Rei/Saint Just
ha il brivido freddo e angosciante dei silenziosi specchi di cui i
muri della sua casa, costantemente al buio, sono ricoperti; ha il
profumo forte e amaro del tabacco, “l’odore di un uomo”, per Nanako;
ha i suoni malinconici e dolci del pianoforte e del flauto e del violino;
ha le evocative e languide immagini dei versi di Verlaine: “Piange
dentro al mio cuore/come piove sulla città./Che cos’è questo languore/che
mi sta penetrando?...”. La scelta di Verlaine da parte della Ikeda
come poeta-simbolo di Rei è molto significativa, io credo: come Verlaine
aveva una dipendenza dolorosa dall’alcool e dall’assenzio, così Rei
dipende, per tenere in piedi il suo fragile equilibrio psichico, dai
tranquillanti e da pillole varie; e il rapporto tormentatissimo di
Verlaine e Rimbaud, “l’Angelo-Demonio” che scriveva poesie “di una
bellezza spaventosa”, riecheggia in quello altrettanto tormentato
fra Rei e Fukiko: nell’enorme ammirazione di Verlaine, la “Vergine
folle”, per Rimbaud, lo “Sposo infernale”, nell’inquietante presenza
dei coltelli, nelle continue separazioni e riunioni, nella simbiosi,
al di là di tutto e tutti, fra le due anime, in una danza vorticosa
di vita e morte e soprattutto amore; magari distorto dalla paura,
ma pur sempre amore. Questo è anche, a mio avviso, il senso dello
Shinjuu, o doppio suicidio per amore, che Fukiko propone a
Rei. Lo shinjuu, praticato frequentemente nel periodo Edo, era visto
come l’unica soluzione per una coppia di amanti che agli occhi della
società non potevano stare insieme, sposandosi: ciò avveniva quando
diveniva impossibile che i doveri sociali degli individui e i loro
sentimenti si potessero coniugare. Ripreso in mille piéces del teatro
Kabuki e Bunraku, lo shinjuu venne idealizzato e immortalato come
l’unico modo per due anime amanti destinate a separarsi, di riunirsi
nell’atto della morte, e nell’aldilà. Facile intuire come,
per un’esteta (come Rei, e la Fukiko più profonda e disperata), questa
sia un’immagine affascinante e nobile della morte: l’angelo che consola,
ponendo fine alle sofferenze.
La danza della vita e della morte avanza in Oniisama e… seguendo il
ritmo interiore della psiche e del cuore, dello schiudersi e dissolversi
o mutare, dei sentimenti più intimi dei personaggi. In questa danza
dell’esistenza tutto ha il suo posto, la vita, la morte, l’amore,
la paura, il desiderio, e ogni cosa trova nell’insieme il suo senso:
e così anche la morte, la malattia, un’ossessione amorosa, il crollare
dei propri valori diventano, visti in un’ottica che consideri tutte
le parti in gioco, fasi della vita, dolori e delusioni e disperazioni
che hanno un senso, quello della crescita propria o altrui.
Oniisama e… a mio parere è un lavoro splendido che vale veramente
la pena di conoscere e assaporare, sia per le intense emozioni che
regala che per le inevitabili riflessioni che suscita, sia per chi
ama Ryoko Ikeda, sia per chiunque creda che anche il fumetto può essere
un lavoro letterario vero e proprio.
"Dedicato
alla *mia* Fukiko"
In
My Humble Opinion (I Commenti degli Altri): |
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Questo
è uno di quei manga su cui non saprei dare un giudizio ben
preciso dato che non mi è dispiaciuto del tutto ma non mi
ha neanche entusiasmato. Forse è un po' colpa della sua brevità,
sul finale sembrava davvero tirato via. La serie tv mi ha
fatto più o meno lo stesso effetto (anche se lì sembrava un
covo di pazze da legare!! Lady Miya era davvero inquietante!!
O.o), ma soprattutto non ho gradito alcuni cambiamenti nel
finale della storia togliendo la palma di vera eroina a Kaoru
(mitica!) a favore di St.Just (x_x a morte a morte)!! |
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Nonostante
Maetel ne abbia fatto una recensione che convertirebbe anche
i più irriducibili, io non ho proprio apprezzato questa
storia. Per me è il manga più brutto che Riyoko
Ikeda abbia scritto e disegnato. Per quanto riguarda la serie
tv, non mi ha coinvolto per niente (erano tutti pazzi maniaci!!).
E poi il mio "odio" per questo anime è pure
"concettuale": in Giappone si è cercato di
ricreare un successo come quello di Berubara (serie creata
a distanza di anni, introspezione maggiore dei personaggi
e delle vicende, grandi nomi alla regia e al character design),
l'ho sempre visto come un tentativo di bissare il successo
di Oscar e c. Non mi sono piaciuti inoltre nè il character
design, nè alcuni cambiamenti di trama, soprattutto
alla fine. Sarà che ho anche molto odiato sia la situazione
della Sorority che molti personaggi... non è certo
la storia che fa per me. U.u! |
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La
serie TV ed il manga si differenziano non poco e se si ha
avuto la possibilità si poter visionare entrambi, si scopre
subito l'abisso che intercala tra loro. Il manga è un qualcosa
di molto striminzito, un effetto-riassunto che salta subito
all'occhio se si riesce ad arrivare al fondo dei soli quattro
volumi di cui è composto; nel complesso il mio giudizio è
favorevole ma non troppo. La serie TV è decisamente tutto
un altro mondo... Caro fratello è di sicuro tra gli anime
shojo che più mi hanno colpito: il tratto è a dir poco magnifico,
la storia ti prende dall' inizio alla fine, non mancano i
colpi di scena e l'adattamento italiano è una riga sopra a
quanto siamo abituati. Giudizio dunque più che positivo, un
consiglio a tutti gli amanti del genere se si vuole visionare
qualcosa di davvero coinvolgente. |

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